«Qualche organizzazione internazionale rispettata potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause» dei disordini, ha dichiarato il Dalai Lama nella conferenza stampa tenuta nella località indiana di Dharmsala, dove risiede in esilio: «Che il governo cinese lo ammetta oppure no, esiste un problema: un’antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no, è in corso una sorta di genocidio culturale».
Il Dalai Lama ha poi denunciato il «regime del terrore» imposto in Tibet dalla Cina, rifiutandosi però di lanciare un appello per il boicottaggio dei Giochi olimpici di Pechino: «Desidero che i Giochi si tengano: il popolo cinese ha bisogno di sentirsi fiero, la Cina merita di accogliere i Giochi olimpici»; ma «occorre ricordare a Pechino che ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi».
Secondo il governo tibetano in esilio sono almeno 80 i morti accertati nelle manifestazioni anticinesi a Lhasa, mentre i feriti sarebbero almeno 72; secondo la televisione di Hong Kong una colonna di 200 veicoli da trasporto truppe si sta dirigendo verso la capitale tibetana.
Le autorità cinesi hanno affermato oggi che i morti nei disordini di venerdì scorso a Lhasa sono stati tredici. Si tratta, ha detto in una conferenza stampa a Pechino il presidente della Regione Autonoma del Tibet Qiangba Puncog, di “civili” bruciati vivi o accoltellati.
Qiangba ha aggiunto che le forze di sicurezza cinesi non hanno fatto uso di armi “distruttive”. In altre parole, solo i manifestanti tibetani avrebbero usato armi da fuoco e non ci sarebbero vittime tibetane. Ha poi definito “ridicole” le versioni dei fatti date ieri dal Dalai Lama, il leader tibetano in esilio, e dalla stampa occidentale. I disordini, ha proseguito, non possono essere definiti “manifestazioni pacifiche” e l’intervento delle forze di sicurezza per riportare l’ordine non può essere chiamato “un attacco contro dimostranti pacifici”.
Le autorità cinesi hanno infine bloccato l’accesso internet al sito di YouTube.com. dopo che vi erano comparsi decine di filmati di protesta contro la repressione in Tibet; nessuna scena degli scontri o delle reazioni di protesta all’estero era presente sugli analoghi siti web cinesi quali 56.com, youku.com e tudou.com.
Assalto all’ambasciata cinese dell’Aja
Dilagano le proteste anti-Cina anche in Europa: In Olanda è stata presa d’assalto l’ambasciata cinese all’Aja da circa 400 persone. I manifestanti sono riusciti ad abbattere parte della cancellata che circonda la sede della delegazione e a strappare la bandiera cinese, sostituendola con quella tibetana, prima che la polizia olandese arrestasse tre uomini riuscita a penetrare nella sede. La manifestazione di protesta era organizzata dalla Campagna Internazionale per il Tibet, che - superata la fase iniziale - ha chiesto ai manifestanti di proseguire l’iniziativa in maniera pacifica.