La Cina si rende responsabile di un genocidio culturale: tutti fanno gli indignati ma poi, per una ragione o per l’altra, dicono: no al boicottaggio dei Giochi Olimpici. E’ giusto?
Quel che sta avvenendo nella patria del Dalai Lama è un atto di arroganza intollerabile, di fronte al quale ancora si attendono risposte concrete dalla comunità internazionale. «I tibetani sono stati depredati delle loro forze, delle loro radici e della loro cultura millenaria - scrive Azione tradizionale -. Oggi ci sono circa seimila monaci tibetani, prima dell’avvento del Comunismo ve ne erano centomila. I loro villaggi sono stati distrutti, le tribù disperse e i templi e i luoghi di culto rasi al suolo in nome di leggi economiche, in nome di un’occupazione nata e continuata sotto le insegne rosse».
E nonostante questo, pare che non si muova foglia: «Tutti chiudono gli occhi dinnanzi alla potenza economica cinese, davanti al miliardo di abitanti e forza lavoro a basso costo - commenta robba12 - e poi fra poco iniziano le Olimpiadi… Boicottarle? Macchè, non servirebbe a nulla credo, piuttosto una bella T-Shirt sul podio con stampato un bel Free Tibet, quello sì che mi farebbe godere come un riccio… La cosa però che più mi lascia perplesso è: perchè tutto questo silenzio? Perchè non ho ancora visto una dei tanti centri sociali soliti a bruciar bandiere statunitensi, mettere al rogo qualche bella bandiera rossa?».
Eppure «Non è un caso che in Tibet gli scontri siano scoppiati proprio in questi giorni, alla vigilia di un evento di importanza planetaria come le Olimpiadi- ricorda Franco Londei -, un evento fortemente voluto da Pechino per rilanciare l’immagine offuscata della Cina (…). Colpisce piuttosto il silenzio del Comitato Olimpico Internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, del Comitato Olimpico Italiano. Le richieste di boicottaggio non sono basate semplicemente su presunzioni o su prese di posizioni parziali, al contrario sono basate su dati di fatto incontestabili, a partire dalla repressione in Birmania, finanziata dalla Cina, fino ad arrivare alle intransigenze del Sudan per quanto riguarda il genocidio del Darfur, sempre coperte dalle benevole mani “made in China”».
«Per questi motivi il boicottaggio delle olimpiadi di Pechino non è una azione semplicemente simbolica - conclude Londei -, ma è una vera azione di attivismo in difesa dei Diritti Umani, quell’azione che altre “grandi organizzazioni” per la difesa dei Diritti Umani si sono ben guardate di chiedere, forse perché gli sponsor di Pechino 2008 sono gli stessi che finanziano loro. Allora per quale motivo non si prendono soldi dai governi se poi si accettano da chi fondamentalmente finanzia regimi totalitari come quello cinese? Non è un controsenso?»