Lo scorso 17 Marzo, dopo quasi un mese dalle elezioni legislative del 18 Febbraio, il nuovo Parlamento pachistano ha finalmente prestato giuramento davanti al presidente Pervez Musharraf. Per quanto riguarda il neogoverno, invece, sarà appoggiato da una coalizione di partiti comprendente il PPP, partito di Benazir Bhutto, il PML-N di Nawaz Sharif, e l’Awami National Party, partito nazionalista pashtoon che, nella provincia dell’NWFP, ha inflitto una dura sconfitta ai partiti islamisti. Manca adesso solo l’indicazione di chi sarà il nuovo Primo Ministro. Un mese di discussioni, però, non è stato sufficiente a sciogliere il nodo fondamentale sul futuro premier e per l’assetto politico del paese. In un primo momento, i media pakistani avevano fatto il nome di Mahdoom Fahim Amin, numero due del PPP, come possibile nomina a Primo Ministro. Quella di Fahim Amin è però sembrata una figura di insufficiente carisma per ricoprire una funzione tanto importante in un momento così delicato per il Pakistan. Nelle ultime due settimane, si è pertanto parlato con sempre maggiore insistenza della possibilità che la carica di premier possa essere affidata proprio al vedovo di Bhutto, Asif Ali Zardari (nella foto), che però non può essere immediatamente eletto. In Pakistan, infatti, si può nominati Primo Ministro solo se si è stati eletti in Parlamento, ma Zardari non aveva potuto presentarsi come candidato perché - sempre secondo le leggi pachistane - questo non è concesso a chi abbia subito una condanna penale. E Zardari aveva passato ben otto anni in prigione per accuse di corruzione. Adesso però, miracoli della politica, le accuse contro Zerdari sono cadute ed è pertanto diventato “papabile” per la carica di capo del governo. Per poterlo eleggere candidato occorrerà ricorrere a elezioni straordinarie: in pratica un deputato sarà costretto a dimettersi e si candiderà Zardari per quel posto vacante. Ci vorranno però alcuni mesi per completare questo iter. Nel frattempo, sarà comunque eletto un Primo Ministro che potrebbe essere lo stesso Amin Fahim, ma sarà Zardari il vero timoniere del governo. Intanto, Musharraf avrebbe raggiunto un accordo con i partiti vincitori delle elezioni per rimettere al loro posto i 60 giudici dell’Alta Corte che il “Presidente-dittatore” aveva posto agli arresti domiciliari per facilitare la propria rielezione a presidente lo scorso settembre scorso. Musharraf aveva infatti passato alcune riforme costituzionali, per assicurare la sua rielezione, che l’Alta Corte non intendeva far passare per incostituzionalità. Subito dopo le legislative, Nawaz Sharif ha pertanto invocato la messa in stato d’accusa del presidente. L’ipotesi di impeachment non è però stata appoggiata da Zardari, più favorevole a una “graceful exit”, un’uscita di scena dignitosa di Musharraf probabilmente fra un anno, con l’intento di evitare ulteriori traumi al paese. A questa decisione di Zardari non sono estranee le pressioni degli Stati Uniti, che hanno sempre visto in Musharraf un alleato loro e dei loro alleati. In particolare l’Arabia Saudita e Dubai stanno giocando un ruolo attivo per salvare la carriera politica del Presidente pachistano. Si ricorda che l’Arabia Saudita ha ospitato Nawaz Sharif, mentre Dubai ha ospitato le famiglia Bhutto, durante gli anni del loro esilio. I due Stati petroliferi possono esercitare la loro influenza politica attraverso aiuti finanziari di cui il Pakistan ha urgentemente bisogno. In particolare, l’Arabia Saudita ha approvato un dono al Pakistan di 300 milioni di dollari e sta mettendo a punto un piano di forniture petrolifere a prezzi agevolati. Nel frattempo, le elezioni non sembrano aver riportato la pace nel paese. Nell’ultimo mese, hanno avuto luogo una serie impressionante di attentati, l’ultimo dei quali ha interessato il ristorante italiano “Luna Caprese” a Islamabad. Ricordo, che quando ero in Pakistan, quello era il luogo di ritrovo di noi stranieri, in cui si poteva mangiare un piatto italiano e, cosa rara a Islamabad, si poteva bere un bicchiere di vino. Con l’attatentato al ristorante, si è così voluto intimorire ulteriromente la comunità straniera e colpire quel luogo “empio” in cui era possibile consumare alcolici. Il nuovo governo dovrà quindi dimostrarsi capace di fronteggiare il terrorismo. Ma l’alleanza di governo attuale non sembra dare garanzie in tal senso. Benazir Bhutto, nel suo libro “Riconciliazione”, uscito postumo, addita Nawaz Sharif come il continuatore delle politiche di Zia Ul-Haq, dittatore militare che fece uccidere suo padre e iniziatore della svolta fondamentalista religiosa in Pakistan con ricadute in Afghanistan. Molti osservatori pertanto si chiedono se e quanto potrà durare un’alleanza di governo fra due partiti, che in passato si sono contrapposti senza esclusione di colpi, e che, per il momento, sembra avere trovato il suo collante solo nell’opposizione alla dittatura di Musharraf.