ROMA. Meno tagli in Az servizi, più piloti per il cargo (che potrebbe vivere oltre il 2010), più risorse per esodi anticipati e la disponibilità a concedere qualche giorno in più per le trattative, scavalcando il 31 marzo ma evitando di far tracimare la partita Alitalia - già
ampiamente politicizzata - fino a ridosso delle elezioni.
Air France e i vertici della Magliana si preparano a presentare oggi ai sindacati un poker di proposte per provare a riallacciare i fili di un dialogo interrotto bruscamente la scorsa settimana. Le delegazioni delle due società hanno lavorato agli ultimi dettagli anche ieri. I francesi, a stretto contatto con i vertici Alitalia (in riunioni no stop tenute nella sede di Parigi fino a sabato) hanno limato alcuni passaggi dell’offerta. Sul tavolo Jean-Cyril Spinetta (da ieri sera a Roma) potrebbe portare come novità e segnale di attenzione alla trattativa, un ridotto numero di esuberi tra i piloti (da 500 a poco più di 400) e una clausola sul settore cargo che sposti in avanti la data di chiusura inizialmente prevista al 2010.
Sul piatto Air France metterà probabilmente anche minori tagli in Az Servizi, con il rientro nel perimetro della nuova Alitalia di “Airport”, ovvero la forza lavoro a contatto diretto con i clienti (check-in e bagagli) di stanza a Roma Fiumicino. Sui 2.500 dipendenti di questo settore, resterebbero per ora fuori gli addetti degli scali più piccoli, meno di 800 lavoratori.
Tra le altre novità dell’ultimo minuto l’ammontare delle risorse che Air France prevede di utilizzare per incentivare le uscite dei dipendenti (si parla di circa 135 milioni di euro) e i tempi della trattativa che resterebbe aperta oltre la data limite del 31 marzo; si ipotizza un accordo sul filo ai primi di aprile per non esasperare i sindacati, con cda di Alitalia “aperto” fino alla firma e prestito ponte garantito a tassi di mercato per assicurare la sopravvivenza della Magliana anche dopo il 31 marzo.
Nessuno però si aspetta già oggi di trovare la strada spianata per l’accordo. Un po’ perché c’è ancora una settimana per smussare posizioni che in alcuni punti paiono ancora lontane. Ma soprattutto perché la cordata fantasma preannunciata da Silvio Berlusconi “tenta” più di una sigla sindacale. Disposta a prendersi il rischio di un fallimento dell’unico negoziato sul tavolo e della possibile amministrazione controllata pur di andare a vedere le carte in mano all’ex-premier.
L’uscita del Cavaliere - al momento ancora tanto fumo e niente arrosto - ha aperto qualche incrinatura pure nel governo. Romano Prodi ha lasciato aperto ieri uno spiraglio alla cordata nazionale, ma in realtà - vista la latitanza degli imprenditori nazionali in 15 mesi d’asta (Toto escluso) - teme che l’unico effetto della campagna del leader del Pdl, al di là dei ritorni elettorali, sia quello di far scappare Air France condannando Alitalia al fallimento.
Il ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa (e lo stesso vertice della Magliana) sostengono che a giugno i soldi in cassa ad Alitalia finiranno. Il collega dei Trasporti Alessandro Bianchi (lo stesso peraltro che aveva previsto in 1,5 miliardi l’offerta minima per le azioni e i bond della compagnia) sostiene che c’è più tempo a disposizione anche per trovare alternative reali a Parigi.
Gli sherpa della presunta cordata italiana dovrebbero tornare oggi a tessere le fila della possibile offerta. Nomi però non escono. Il playmaker è Bruno Ermolli, già autore del tentativo fallito di mettere assieme imprenditori del Nord disposti a sostenere Air One e salvare la Malpensa. Il progetto però adesso sarebbe cambiato. Si punterebbe a ridimensionare il ruolo di Toto e trovare un supermanager sostenuto da un ampio ventaglio di nomi disposti a mettere finanza fresca sul piatto.
I sondaggi proseguono sempre sulle stesse realtà: Salvatore Ligresti (”non metto soldi buoni su soldi cattivi” avrebbe detto mesi fa l’ingegnere a chi gli chiedeva di comprare Volare), Marco Tronchetti Provera, Diana Bracco, Santo Versace. Francesco Micheli, indicato come uno dei potenziali sostenitori, dice di “monitorare la situazione come tutti quelli che fanno il mio mestiere ma al momento di non essere della partita”. Il problema però resta sempre lo stesso. Per salvare Alitalia servono diversi miliardi. Air France ne ha messi sul tavolo quasi 3 da subito, di tasca sua, e pare difficile che un pool di imprenditori italiani riesca a presentarsi al Tesoro con un arsenale simile.
A meno che l’obiettivo non sia quello di raccogliere i cocci di Alitalia dopo un’amministrazione controllata. Allora i tagli li deciderebbe un commissario, gli esuberi li pagherebbero i dipendenti, gli ammortizzatori li metterebbe il governo. E i compratori, a quel punto, porterebbero a casa per un piatto di lenticchie una compagnia molto più magra e meno problematica.