Ennesima puntata della pantomima Alitalia: la compagnia Low Cost Ryanair ha infatti inviato un reclamo alla Commissione Europea in cui esprime perplessità per il prestito ponte da 300 milioni di euro concesso dal governo italiano dopo il fallimento della trattativa con Air France; dubbi manifestati anche dal portavoce del commissario europeo ai Trasporti Jaques Barrot, Michele Cercone, che annuncia per prossimi giorni l’invio di una lettera alle autorità italiane in cui “chiederemo ulteriori informazioni, perché vogliamo capire se si tratta di un’operazione commerciale o se ci sono elementi che riconducono ad aiuti di Stato”. Nella nota presentata dalla compagnia irlandese si legge che la Compagnia di bandiera italiana: “ha già ricevuto oltre 5 miliardi di aiuti di stato, ma la Commissione Europea ha sempre, per quanto riguarda le compagnie tradizionali, deciso di chiudere un occhio e non fare nulla. Senza questi illegali auti di Stato l’Alitalia, che perde circa 1 milione di euro al giorno, sarebbe già dovuta fallire anni fa”.
Come se non bastasse, a rendere ancora più fosco il panorama ci pensa l’americano Wall Street Journal - peraltro al centro delle polemiche in questi giorni dopo le dimissioni del direttore Brauchli entrato in linea di collisione con l’editore del giornale, Rupert Murdoch - che laconicamente sentenzia: “all’Italia non dovrebbe esser consentito di farsi beffe delle normative Ue” . In effetti, qualche dubbio sull’operazione è legittimo nutrirlo considerando che il prestito ponte concesso dal governo Prodi non rappresenta una prima assoluta ma un bis di quello da 400 milioni di euro erogato nel “lontano” 2004 dall’allora governo Berlusconi; corsi e ricorsi della storia, si sarebbe tentati di dire.
Quattro anni fa gli esiti furono alquanto discutibili, considerando che nel marzo del 2007 Alitalia registrava una perdita ante imposte di 405 milioni (con un peggioramento di circa 250 milioni sul 2005) e ad aprile dello stesso anno l’indebitamento complessivo raggiungeva quota 1,07 miliardi di euro, sia pure con un miglioramento di 30 milioni rispetto all’anno precedente (magra consolazione). Così, dopo aver cambiato quattro presidenti nel giro di quattro anni - un vero e proprio record - la compagnia di bandiera si trova ancora al punto di partenza (o quasi) con l’aggravante che la situazione giorno dopo giorno si fa sempre più confusa, e non è ancora chiaro cosa accadrà da qui al 31 dicembre 2008, data entro cui Alitalia dovrà restituire il prestito al governo italiano.
La cordata preannunciata in periodo pre elettorale stenta a materializzarsi, Air France si è dileguata (definitivamente?), le banche - vedi Intesa - restano alla finestra, la russa Aeroflot continua a studiare la situazione come la tedesca Lufthansa. Intanto, però, il premier in pectore Silvio Berlusconi, intrervistato dall’emittente romana Teleroma 56 tiene a precisare di non avere avuto alcuna responsabilità nel fallimento della trattativa con la compagnia francese: “Non ho fatto nessun intervento sul governo francese ne’ sull’azienda. Nulla di nulla”. Durante la campagna elettorale, tuttavia, le dichiarazioni erano di tenore ben diverso.
La rottura, secondo Berlusconi, sarebbe da imputare al veto dei sindacati che “hanno fatto il loro dovere”, ma hanno poi invocato il ritorno di Air France al tavolo delle trattative. Opinione perfettamente legittima ma alquanto singolare, se si considera che, in tale circostanza, il “dovere” viene a coincidere con il fallimento di una delle più importanti aziende del “sistema Italia”, tale almeno era prima di essere colonizzata selvaggiamente dai partiti, specie a partire dagli anni ‘80.
A turbare i sonni del futuro premier ci pensa anche Gianni Alemanno: ospite di Uno Mattina, il candidato sindaco di Roma ha infatti dichiarato che «Alitalia deve essere centrata su Fiumicino, l’hub principale italiano»; punto di vista di certo sgradito alla Lega Nord non molto propensa all’ipotesi di penalizzare Malpensa.