Quella per il sindaco di Roma non era una elezione normale, era un vero e proprio esame per una classe politica capitolina che ha per lungo tempo, quasi un ventennio, egemonizzato la scena politica cittadina, ma ha avuto una grande capacità di occupare la scena politica nazionale con articolazioni politiche, economiche, finanziarie, culturali, sindacali, accademiche, professionali, giudiziarie.
La sconfitta di Francesco Rutelli non è solo un risultato politico deludente per una coalizione. E’ la messa in crisi di un intero gruppo dirigente, formato dal raggruppamento di interessi tenuti insieme dalla gestione. Disarticolato ma “pigliatutto”, capace di mixare ammiccamenti ai salotti borghesi, con la “sensibilità” - senza costi per loro però - dei ceti meno fortunati. Una classe politica capace di navigare e di tenersi a galla mantenendo un profilo di disponibilità e di opzioni uguali e contrarie, senza batter ciglio, con interesse disinteressato e con menefreghismo camuffato.
“La vittoria più bella del centrodestra. È una pagina storica per Alleanza Nazionale”. Così ha detto Gianfranco Fini commentando la vittoria di Gianni Alemanno. Ed era ovvio che il leader di Alleanza Nazionale ha sentito il bisogno di mettere per primo il cappello su un successo storico per la destra italiana.
Qualcuno anche da sinistra, in chiave non auspicata ma temuta, riteneva che comunque in caso di vittoria dell’ex ministro dell’Agricoltura lo stesso “…dovrà dimenticarsi di essere il sindaco di destra, dovrà rinunciare a fare il sindaco-sceriffo, dovrà evitare di fare come quei sindaci di sinistra che una volta eletti si considerano «simboli» già consegnati alla posterità”.
E Alemanno è sembrato in linea con queste affermazioni, almeno nelle prime dichiarazioni successive alla vittoria. “Quando si vince bisogna essere generosi - ha detto - ci lasciamo alle spalle i veleni e le polemiche che hanno contraddistinto questa campagna elettorale”. “Sarò sindaco di tutti i romani, senza pregiudizi e divisioni”, sottolinea, e ringrazia chi l’ha votato “ma anche chi ha fatto una scelta diversa, che io rispetto”.
Parole ovvie ma certo opportune, anche se è una destra poco liberale, e questo è ben visibile. Ma è chiaro che la vicenda non si esaurisce qui. Nella immensa mestizia che si respirava al suo comitato elettorale in via Pacinotti, Rutelli è apparso frastornato e avvilito. Probabilmente tra i pensieri che lo attraversavano vi erano quelli di aver dovuto anche lui subire un’accelerazione di eventi che gli hanno impedito di distinguere la sua intenzione politica dalla precedente, che è stata quella di Veltroni, e che comunque succedeva alla lunga stagione del governo della città che era stato proprio la sua.
Ora si apriranno molti fronti interni “romani” ma soprattutto nazionali. Scriveva poche ore prima del voto un uomo di sinistra, ma non certo votato al massimalismo, quale è l’ex direttore dell’Unità e ex parlamentare dell’Ulivo Peppino Caldarola: “…La vittoria di Alemanno sarebbe (ma poi in effetti è stata - nrd) fuori di Roma (uso il condizionale perché il computer trema al solo pensiero) l’inizio di uno sconvolgente terremoto politico nello «schieramento avverso a Berlusconi». Se vince Alemanno, Roma manderà all’opposizione Veltroni, Rutelli e Bettini. E mandandoli all’opposizione li manda in rovina. Perché la vittoria di Alemanno significherebbe in primo luogo tre cose. La conclusione di due carriere politiche. Quella di Rutelli, consegnato in giovane età al ruolo di ininfluente notabile e quella di Bettini, che vedrebbe crollare il breve sogno imperiale coltivato nelle abbondanti cene di questi mesi…”. Un po’ impietosa come si vede ma estremamente veritiera come analisi.
A cui ci sentiamo di aggiungere qualche altra considerazione. Le ripercussioni interne al neonato Partito democratico si annunciano terribili, poiché Roma è il pezzo forte del leader totalizzante degli ultimi mesi della coalizione dell’Ulivo che ha lanciato l’ambizioso progetto di divenire il Partito democratico. Veltroni ha avuto, o si è presa, carta bianca e ha potuto fare e disfare tutto come gli sembrava più opportuno dovendo provare a rimediare alla reazione estremamente negativa dell’opinione pubblica rispetto al governo Prodi.
Il 13 e 14 aprile il risultato, per quanto negativo, era stato interpretato come un esito non rovinoso, da cui partire per costruire una sinistra non massimalista, democratica, moderna, come idee e come modello di partito. La partenza non era apparsa brillante sia nella scelta dei candidati, sia nelle opzioni elettorali.
Ma ora con il cataclisma di Roma si è determinata una situazione che coinvolge direttamente il leader del Pd. Resisterà il “buon” Walter ai venti di tempesta che si annunciano; in particolare quelli interni sia di matrice ex diessina che di quella popolare ex margheritina? E’ questo il quesito delle prossime ore, che sarà destinato a piombare sulla nuova legislatura che proprio il 29 aprile apre i battenti.