E’ un’Italia sempre più in difficoltà quella che emerge dal “Rapporto sui diritti globali 2008″, il rapporto annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo redatto dall’associazione SocietàINformazione e promosso da Cgil, Arci, ActionAid, Antigone, CNCA, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Secondo il rapporto l’indebitamento totale delle famiglie ammonta a 490 miliardi, un nucleo familiare su cinque si trova in grossa difficoltà economica. Drammatico poi il capitolo che riguarda il lavoro sempre più precario e rischioso. Incredibili le cifre pari a quelle di una guerra. Durante il secondo conflitto mondiale, le perdite militari italiane furono di 135.723 morti e 225.000 feriti, mentre la lunga battaglia nei luoghi di lavoro dal 1951 al 2007 ha prodotto almeno 154.331 morti e ben 66.577.699 feriti. Analoghi i risultati di un confronto rispetto alla Guerra in Iraq: dal 2003 al 2007 hanno perso la vita 3.520 militari della coalizione contro 5252 morti sul lavoro in Italia nello stesso periodo. Attualmente si viaggia, ricorda il rapporto, a un ritmo di ben oltre 1000 morti sul lavoro e più di 900.000 infortuni l’anno. La stessa nuova legge sulla sicurezza (legge n.123/2007) non pone le condizioni per un vero miglioramento, secondo i curatori dell’analisi, dal momento che, «più che sul sistema sicurezza, è intervenuta suo suoi effetti perversi, non modificandone, quindi, le logiche e le strategie di governo».
Gli indicatori di povertà sono sostanzialmente stabili e le politiche sociali non sembrano avere effetti significativi. Il rischio più grave è quello relativo alla cosidetta povertà “differita” cioè la povertà che tendenzialmente potrebbe arrivare. Basti pensare all’indebitamento delle famiglie, all’impossibilità di pagare le rate del mutuo. Dal 2001 al 2006 il credito al consumo in Italia è cresciuto dell’85,6%, arrivando ormai a 94 miliardi di euro, mentre l’indebitamento complessivo delle famiglie ammonta a 490 miliardi. Per precipitare nella povertà, ricorda il rapporto, basta poco: nel 2007 secondo uno studio sarebbero 346.069 le famiglie italiane divenute povere a causa delle spese sanitarie sopportate.
La maggior causa di povertà è da ricercarsi nel troppo basso livello dei salari. Oltre due milioni e mezzo di famiglie “ufficialmente” povere, sette milioni e mezzo di individui. Mentre con un reddito non superiore al 20% della linea di povertà, calcolata dall’Istat, cerca di sopravvivere l’8,1% dei nuclei. A fronte di salari praticamente fermi, negli ultimi sei anni ogni famiglia ha perso un potere d’acquisto pari a 7700 euro.
Un’ altra causa delle difficoltà economiche italiane è la precarietà. Nel 2006, ricorda il rapporto, le assunzioni a tempo determinato hanno superato per la prima volta quelle a tempo indeterminato. Sommando tutti i lavoratori impegnati con contratti precari, o se si vuole flessibili, si arriva, secondo il centro studi Ires, a una cifra compresa tra 3.200.000 e 3.900.000 persone; poco meno quelle che lavorano nel sommerso.
«Crediamo che il nostro lavoro sia utile agli studiosi, a chi si occupa dei vari fenomeni, ma speriamo anche per chi ha il potere e il dovere di intervenire e correggere di politiche, in particolar modo del legislatore», commenta in chiusura il curatore del rapporto e presidente dell’associazione SocietàINformazione, Sergio Segio. «Per questo invieremo il volume sia ai rappresentanti del governo in carica, sia a quelli del governo ombra, che ai rappresentanti di quella specie di governo in esilio della sinistra che non è più in parlamento - aggiunge - perché pensiamo che possa essere un monito documentato».
Non una semplice critica a tutto campo, assicura Segio, ma uno studio scrupoloso: «Noi non partiamo da una posizione ideologica, ma da dati, fatti e dall’analisi di ciò che succede, per dire che è urgente un deciso cambio di rotta: bisogna far fronte agli impegni internazionali a livello ambientale, e mettere in cima alle priorità la questione dei salari in Italia per dare risposte alle famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese».