Per la Lega è l’«happy day» del federalismo fiscale, approvato a Roma in mattinata dal Consiglio dei ministri. Un giorno felice sporcato dalle accuse di «baratto», di un «do ut des» tra l’agognato provvedimento e il fiume di soldi riversato a Catania, Roma e Lazio. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni arriva al convegno dei giovani di Confindustria ed è soddisfatto di un risultato lungamente inseguito dalla Lega. Tuttavia, seduto in prima fila dopo essere stato intervistato da Mentana, deve subire gli strali di Roberto Formigoni. Il governatore della Lombardia, in collegamento da Milano, dice che proprio nel giorno in cui si stabilisce il «sacrosanto» principio di responsabilità degli amministratori, il governo fa «certe regalie», accendendo «la miccia della rivolta di tutti i Comuni che hanno amministrato bene».
Formigoni è impietoso e guasta la festa alla Lega: «Nel momento in cui il governo a fatica riconosce dei soldi che erano già delle regioni, cioé 434 milioni di euro, vengono fatti dei versamenti a fondo perduto a Catania per 140 milioni e a Roma per 500. C’é qualcosa che non funziona nei collegamenti all’interno dei ministeri, c’è qualche corto circuito». Maroni, seduto accanto alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, è una statua di sale. Sul palco annuiscono i sindaci di Firenze e di Salerno, Domenici e De Luca, e il presidente della Puglia Vendola. Il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, chiamato in causa per la sua Catania del quale è stato vicesindaco, è invece visibilmente nervoso e contrariato. Anche perché nel nuovo testo del federalismo fiscale è saltato il riconoscimento alla Sicilia delle accise sul petrolio.
Intanto Formigoni continua il j’accuse: «Sono profondamento rammaricato per questo spreco di denaro», aggiunge il governatore da Milano, che ricorda anche l’altro «regalo» fatto alla Regione Lazio. «Quando si danno cinque miliardi di euro a una Regione diventa molto più difficile chiedere ai propri manager e ai propri ospedali di controllare le spese». Maroni ne ha abbastanza. Si alza e si avvia verso l’uscita. «Ma quali regalie… abbiamo dovuto accettare che venissero dati alcuni aiuti per incassare il federalismo fiscale. Così abbiamo chiuso una partita e ne abbiamo aperta un’altra. Ma è l’ultima volta, perchè con il sistema federale queste cose non succederanno più. Ora comincia un’altra storia. Non potrà più succedere che Regioni che hanno devastato la Sanità - spiega Maroni - si rivolgano allo Stato».
Insomma, la Lega ha dovuto «ingoiare il rospo» per portare a casa il federalismo. Ora Maroni si augura che il disegno di legge delega sul federalismo abbia un iter rapido in Parlamento: «Ma, avendo avuto il consenso di tutto il governo, delle Regioni e degli enti locali, non credo che ci saranno particolari problemi». I problemi nasceranno quando il governo dovrà cominciare a scrivere i decreti di attuazione del federalismo fiscale, e si dovrà passare, ad esempio, dal costo storico al costo standard che tutte le Regioni dovranno rispettare nelle prestazioni sanitarie ai cittadini. Magari non sarà proprio come dice Antonio Di Pietro, secondo il quale «per il momento si tratta solo di chiacchiere al vento». Ma è chiaro, per dirla con la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che il provvedimento «ha tutto il sapore di uno scambio politico tra il Pdl e la Lega».
Maroni fa spallucce e se ne va da Capri: «L’importante è che la nave del federalismo sia partita». Sul palco del «Quissisana» rimane però a fremere Raffaele Lombardo che non ci sta a far passare Catania come una città accattona. «Non voglio più sentire parlare di regalie o elemosina a Catania. Mi impegno entro i prossimi due anni a restituire i 140 milioni di euro che sono stati dati alla città». Comunque, per Maroni la cosa più importante è che il federalismo abbia fatto il primo giro di boa. E che «si parta con un testo condiviso - aggiunge il ministro Fitto - che ha evitato penalizzazioni per il Sud. E a chi lo critica dicendo che è troppo generico, rispondo che su un tema così complesso, partire con principi condivisi è un fatto storico». Per Chiamparino, sindaco di Torino e ministro ombra per le Riforme, «è solo un punto di partenza». E poi, «non ci sia solo un emendamento per Roma Capitale: è necessario un provvedimento anche per le altre grandi città».