Roma, 13 ott (Velino) - Per la prima volta un libro di narrativa viene utilizzato dal crimine organizzato come “codice” per le comunicazioni tra gli associati. Le donne del clan Molè, la cosca della ‘Ndrangheta coinvolta con il clan Piromalli nell’indagine che ha portato oggi all’arresto di amministratori ed ex amministratori locali calabresi, utilizzavano il libro di Susanna Tamaro “Va’ dove ti porta il cuore” per ricavarne un codice segreto utile a portare fuori dal carcere i messaggi dei mariti detenuti. E’ uno dei retroscena dell’inchiesta condotta dalla Direzione antimafia di Reggio Calabria nell’ambito della quale sono stati arrestati oggi sindaco e vice sindaco di Gioia Tauro, Giorgio Dal Torrione e Rosario Schiavone (in carica fino al 22 aprile scorso, quando l’Amministrazione comunale venne sciolta per infiltrazioni mafiose), il sindaco di Rosarno, Carlo Martelli, nonché Gioacchino Piromalli, avvocato, e lo zio omonimo, di 64 anni, considerato dagli inquirenti uomo al vertice del clan.
Il ruolo delle donne nell’attività delle cosche era già stato evidenziato a luglio scorso, nell’operazione che, di fatto, decapitò le organizzazioni criminali operanti nella piana di Gioia Tauro. Dalle indagini coordinate dal procuratore capo Giuseppe Pignatone è emerso che i capi dei clan Piromalli e Molè utilizzavano i colloqui in carcere per restare in contatto con le organizzazioni. In particolare, Valeria Mesiani Mazzacuva e Caterina Albanese erano molto attive riportando all’esterno i messaggi e le direttive dei rispettivi mariti, gli ergastolani Girolamo e Domenico Molè. E per evitare di essere scoperte, qualora gli agenti penitenziari o le intercettazioni le avessero “colte sul fatto”, avevano messo a punto un vero e proprio codice segreto.
I messaggi venivano in sostanza cifrati e per “decrittografarli” era necessario conoscere il testo di riferimento, proprio come avviene per le comunicazioni militari. Il cifrario della ‘Ndrangheta era il libro della Tamaro “Va’ dove ti porta il cuore”. Scelto, evidentemente, in omaggio alla “valorizzazione” delle figure femminili nelle cosche. “Una sorta di quota rosa nella criminalità”, hanno osservato ironicamente gli investigatori. In pratica, i messaggi consegnati dagli uomini del clan in carcere erano soltanto un insieme di numeri. Bisognava poi confrontare la sequenza numerica libro alla mano per risalire alle pagine e alle singole parole che, messe insieme, rivelavano il vero contenuto del messaggio. Tra i dialoghi ricostruiti dagli investigatori, anche quelli che ricostruivano la morte di Rocco Molè, ucciso a febbraio scorso. E a questo proposito Valeria Mesiani Mazzacuva sosteneva, nei messaggi, la necessità di una “vendetta immediata” e non condivideva la linea attendista del marito Girolamo Molè. La prova, secondo gli inquirenti, che il ruolo della componente femminile all’interno dell’organizzazione andava oltre la semplice funzione di portaordini.