|
E’ stato presentato in Vaticano in anteprima ieri un film intervista “testimonianza”, al cardinale di Cracovia, Stanislao Dziwisz, che è stato per molti anni in segretario di Karol Wojtyla. Dalla pellicola emergono alcuni elementi finora inediti, sulla vita del Papa, insieme ad altri già conosciuti. Il cardinale Dziwisz asserisce di essere stato testimone oculare di vari miracoli che sarebbero stati compiuti da papa Wojtyla quando questi era ancora in vita, tra i quali la guarigione di una giovane indemoniata. Dziwisz racconta, fra l’altro, della convalescenza di Giovanni Paolo II in clinica, dopo l’attentato del 1981. «Vicino al reparto in cui era ricoverato - ricorda il segretario - c’erano dei bambini malati di tumore» che lui amava visitare non appena si sentì meglio e che cercavano la sua presenza nella speranza di una guarigione. «Là io fui testimone di tanti miracoli». Dziwisz racconta nel film anche di una giovane donna indemoniata condotta dal marito in Vaticano per un esorcismo, che però non riuscì. “Prima di andarsene, papa Wojtyla le disse: domani dirò una messa per te. E lei guarì”. L’arcivescovo di Cracovia racconta, ad esempio, di quando, da cardinale, a Ludzmierz in Polonia, cadde uno scettro da una statua della Madonna e il cardinale Wyszynski, che era con lui, gli disse ridendo: “Pare che la Vergine voglia dividere il suo potere con te”, e di quando, dopo il conclave che lo elesse Papa, confessò al suo futuro segretario: “Che cosa ho combinato!”. Un gruppo di attori rappresenta, nel film, le molto vociferate fughe in incognito di Wojtyla dal Vaticano per andare ad immergersi nella natura che tanto amava. E, possiamo aggiungere, al santuario della Mentorella, molte volte all’insaputa persino della sicurezza vaticana, accompagnato solo dal suo segretario. Il cardinale Stanislaw parla della visita in Polonia nel 1983, di Solidarnosc, e della lettera scritta a Breznev quando la Russia pensava all’intervento militare, che non ricevette mai risposta e non fu mai divulgata, ma in cui era scritto che “la nazione ha diritto alla libertà”. Ed ecco il momento dell’attentato per mano di Alì Agca: “Ricordo i piccioni che scappavano in alto dopo gli spari, come in un film - dice Dziwisz - che mi è rimasto per sempre negli occhi”. Il primo pensiero di Wojtyla fu per l’attentatore che subito perdonò, prima confidandolo al segretario, poi scrivendo una lettera mai spedita in cui scriveva: “Come possiamo presentarci al Signore se non ci perdoniamo?”. Successivamente espresse personalmente il proprio perdono al killer turco. Ma Wojtyla, racconta ancora il segretario, affermando di poter ora rivelare “quello che finora abbiamo tenuto segreto” subì un altro attentato, in realtà documentato dalle cronache. Quando si recò a Fatima nell’82 per portare alla Madonna il proiettile che l’aveva colpito e ringraziarla di avere avuto salva la vita, un sacerdote invasato gli si gettò addosso con un coltello. Il Papa continuò la cerimonia e sembrò che il colpo non fosse andato a segno, ma quando tornò in camera, Dziwisz vide di persona che era stato ferito. All’epoca, possiamo aggiungere, fu detto che l’attentatore, Juan Fernandez Krohn, uno squilibrato vestito da prete, non era giunto a contatto con il Papa. E dalle immagini, dell’episodio, brevissimo, non si riusciva a vedere come si era svolto. “Adesso posso rivelare che il Santo Padre rimase ferito. Ricordo che quando tornammo nella stanza c’era del sangue”. “Tremavamo tutti dopo l’attentato dell’81 - prosegue l’intervista - ma lui ripeteva che non potevamo vivere nella paura”, e proseguì il suo apostolato, che lo portò presto, da Papa nella sua Polonia, dove volle incontrare ad ogni costo Lech Walesa e si rifiutò di ‘ammorbidire’ i suoi discorsi, come gli era stato richiesto dal regime comunista. Sei anni dopo, cadeva il muro di Berlino. Poi vennero molti altri viaggi. In partenza per Cuba, un giornalista gli domandava se sarebbe successo lì quello che era successo in Polonia, e lui rispose, “perchè, era andato male?”. E poi, “non sono un profeta”. Infine, le immagini si chiudono sul periodo della malattia e della morte, già rese ampiamente pubbliche. Dziwisz testimonia, in chiusura, della sua ultima uscita, quando non riuscì a parlare. Allontanatosi dal balcone, gli sussurrò: “se non posso più stare con la gente e parlare con loro, è meglio che me ne vada”. Scrisse su un biglietto Totus tuus, e cominciò la sua coraggiosa agonia. “Tuttora mi risuonano quei colpi - racconta Stanislao - mi ricordo come se fosse un film davanti agli occhi. È stata la mano della Provvidenza a impedirci di salire nell’appartamento perché sarebbe stata la fine. È stato un miracolo che il proiettile non avesse preso anche a me”. Poi gli angoscianti momenti in ambulanza prima di arrivare al Gemelli: “Pregava continuamente - prosegue ’don’ Stanislao - già allora andando in clinica perdonò l’attentatore. Arrivando al Gemelli dovetti intervenire per farlo portare subito nella sala operatoria. Il corpo rifiutò la trasfusione del suo sangue, fu una tragedia. Allora alcuni medici gli donarono il loro e salvarono la vita al Papa”. L’arcivescovo di Cracovia ricorda poi gli incontri del Papa polacco con i piccoli ammalati del reparto oncologico. “Loro dicevano: ’se mi tocca il Papa, guarirò’, tante volte sono stato testimone di tali miracoli”. Giovanni Paolo II parlava tutte le lingue: tra queste “gli piaceva il giapponese e diceva che non era affatto difficile”. Lo ha rivelato il cardinale Stanislao Dziwisz, ora arcivescovo di Cracovia e per 39 anni segretario personale di Giovanni Paolo II. “C’era un giapponese francescano che veniva in Vaticano ad insegnargli il giapponese - riferisce don Stanislao - Giovanni Paolo II diceva che gli piaceva e che non era affatto difficile”. Il film è ricco di racconti e testimonianze inedite dell’uomo che più è stato vicino al papa polacco. “Leggeva tanto, lavorava di più la mattina perchè diceva che era più fresco”, racconta don Stanislao. Poi le immagini emozionanti dei viaggi intorno al mondo, il primo in Messico: “L’incontro del papa in Messico ha fermato la teoria della liberazione in quel Paese”. Giovanni Paolo II era poi “legato alle tradizioni. Come a Natale, con pranzo tipico e canti. Gli piacevano il dolce e il caffè”. Un’altra virtù era la povertà. “Non portava mai uno spicciolo dietro”. “Aspettiamo ancora un santo, questo è il nostro desiderio, e per questo preghiamo; speriamo di arrivarci durante la nostra vita”’, ha detto in conclusione il cardinale Stanislao Dziwisz rispondendo a un giornalista.
|