ROMA
Certo, è un discorso di prospettiva, generale. È certo anche che nei palazzi di governo l’idea suggerita dal vice direttore generale di Bankitalia Ignazio Visco - andare in pensione più tardi per mantenere il livello di benessere raggiunto in Italia e continuare a sostenere la crescita - non è stata particolarmente apprezzata. La possibilità di rimettere mano alle pensioni per la terza volta in quattro anni (dopo le riforme previdenziali di Roberto Maroni e di Cesare Damiano) viene considerata politicamente e socialmente impraticabile.
Perché sarebbe una mossa certamente impopolare, e soprattutto perché - dopo i grandi sconvolgimenti sui mercati finanziari, e in presenza di una recessione di cui è difficile immaginare la reale entità - riaprire il dossier pensioni intaccherebbe uno dei pochi punti di certezza e stabilità su cui possono contare gli italiani, e in particolare gli italiani anziani: una delle categorie più deboli. Va detto che il ragionamento illustrato da Ignazio Visco nel corso di una riunione scientifica della Società degli Economisti italiani all’ateneo di Perugia dedicata ai riflessi dell’invecchiamento della popolazione e dell’immigrazione sulla crescita economica aveva, appunto, un respiro più ampio. Secondo il vice direttore generale, infatti, nel lungo periodo l’invecchiamento della popolazione italiana costringerà (volenti o nolenti) a ritoccare nuovamente al rialzo l’età in cui si entra in pensione. In Italia, secondo le stime Onu, nel 2050 la popolazione supererebbe i 61 milioni, con una quota di persone con oltre 80 anni che supererebbe il 13% (oggi è il 5,3%), nonostante il consistente afflusso di stranieri, in media giovani. «È necessario sfruttare appieno i margini ancora inutilizzati dell’offerta di lavoro, in particolare nella componente femminile, e quelli che, per l’allungamento della speranza di vita ed il miglioramento delle condizioni di salute in età più avanzate, si renderanno disponibili in futuro - ha detto Visco - rimuovendo ad esempio vincoli quali quello di un’età di pensionamento prefissata e costante nel tempo».
Tuttavia la tesi dell’economista di Palazzo Koch è che bisogna agire subito, partendo immediatamente «se si vuole evitare che il nostro Paese non riesca a mantenere negli anni futuri l’attuale livello di benessere economico e si allontani dai livelli di reddito delle economie oggi simili alla nostra». Le cose da fare sono due: migliorare la qualità dei fattori produttivi (lavoro e capitale) e aumentarne l’efficienza, la produttività. Un fronte su cui «l’Italia è da tempo in ritardo rispetto agli altri Paesi industrializzati». Negli ultimi dieci anni la produttività totale dei fattori ha complessivamente ristagnato a fronte di una crescita media annua attorno all’1% negli altri principali Paesi europei e all’1,5% negli Stati Uniti. Per raggiungere questi obiettivi la ricetta non è particolarmente complicata: «Il mantenimento e l’espansione del livello di vita raggiunto nel nostro Paese non può non richiedere che si lavori di più, in più e più a lungo».
Nei commenti, seccamente critici quelli della sinistra più radicale. «Che la Banca d’Italia voglia oggi alzare ancora l’età pensionabile è solo il segno che la follia liberista che ha fatto crollare l’economia è ancora lì a far danni», replica il segretario nazionale dei metalmeccanici Cgil Giorgio Cremaschi. Sul lato opposto della barricata, il deputato del Pdl Giuliano Cazzola, che nei mesi scorsi aveva presentato un disegno di legge che andava esattamente nella direzione auspicata Bankitalia, proposta accolta con un eloquente silenzio da parte del ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Per Cazzola, «le considerazioni di Visco sull’esigenza di elevare l’età pensionabile sono tanto corrette e condivisibili che in un Paese normale sembrerebbero ovvie a fronte dei trend demografici e degli assetti del mercato del lavoro in corso e attesi nei prossimi anni».
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