NEW YORK - «Dopo ventuno mesi e tre dibattiti, il senatore McCain non è stato ancora in grado di dire al popolo americano quale sia una sola cosa significativa che farebbe di diverso da George Bush sull’economia». È questo il perno del discorso che Barack Obama terrà oggi a Canton, in Ohio, lo stato-chiave che ha votato due volte per Bush ma dove ora è lui avanti nei sondaggi. «Sarà un closing argument», ha anticipato il suo entourage, un’arringa finale come quelle di Perry Mason che, alla fine del processo, riesce puntualmente a dimostrare la bontà della propria causa. «Il 47enne senatore dell’Illinois chiederà all’America di aiutarlo - precisa il suo portavoce - a cambiare il paese, scegliere la speranza invece della paura, l’unità invece della divisione, la promessa del cambiamento invece dello status quo».
SONDAGGI - Il fulcro del discorso: la crisi economica (suo grande cavallo di battaglia) e la «ricetta Obama» per uscirne. Quella dell’Ohio è una scelta simbolica. Da quando Abramo Lincoln fu eletto nel 1860, nessun repubblicano ha mai raggiunto la presidenza senza imporsi in Ohio, dove gli elettori hanno selezionato il vincitore nelle ultime undici gare presidenziali. Un sondaggio svolto ieri dagli otto maggiori quotidiani dello stato mostrano che Obama ha un vantaggio di tre punti su McCain (49 a 46), mentre solo un mese fa il candidato repubblicano era avanti di sei punti. Ma se persino i bookmaker danno come virtualmente impossibile una vittoria di McCain (con 1 probabilità su 10 rispetto ad Obama), il 72enne veterano del Vietnam si è detto «ottimista» che la vittoria «è dietro l’angolo». «Quelle rilevazioni ci fanno apparire molto più indietro di quanto in realtà siamo - ha sostenuto durante un’intervista a “Meet The Press” della NBC - la scorsa settimana abbiamo ridotto lo scarto e, se continuiamo così anche la prossima, credo che vinceremo».
ONDA OBAMA - In realtà McCain è stato costretto a trascorrere il fine settimana facendo comizi negli stati tradizionalmente repubblicani, dove l’«onda Obama» si sta lentamente allungando e adesso rischia di travolgerlo. A Denver, in Colorado, Obama è riuscito a raccogliere una folla osannante di oltre 100.000 persone: un record personale che ha sorpassato i 95mila accorsi per lui a St. Louis, in Missouri e i 75mila di Kansas City. Mentre i media americani continuano a parlare di un “divorzio” tra la campagna di McCain e quella di Sarah Palin (stufa, pare, di essere additata come il capro espiatorio dal GOP), il senatore dell’Arizona è tornato a fare buon viso a cattivo gioco. Durante l’intervista alla NBC ha negato che la sua vice sta facendo naufragare la sua campagna in quanto «impreparata» e «incapace». «Non la difendo, la elogio - ha ribattuto - perché è esattamente ciò di cui ha bisogno Washington». E ha respinto anche le critiche ricevute per i 150.000 dollari spesi per rifare il look della governatrice. «Conduce una vita frugale, lei e la sua famiglia non sono ricchi e sono stati spinti in tutto questo. È un modello per milioni e milioni di americani».
SENATORI - «McCain ha sbagliato a palinizzarsi, ottenendo l’effetto di mobilitare la base repubblicana ma allo stesso tempo offendere il grande centro nazionale, l’unico posto dove si sarebbero potute vincere le elezioni del 2008», ribatte sul Washington Post David Frum, ex speechwriter di George Bush che coniò la formula “Asse del male”, secondo cui «John McCain sta perdendo in un modo in cui l’intero partito repubblicano rischia di affondare con lui». Trascinati da Barack Obama, teorizza Frum, i democratici potrebbero conquistare non solo la Casa Bianca, ma una maggioranza di 60 senatori in Congresso e una marea di deputati che li renderebbe a prova di ostruzionismo da parte dei repubblicani. «In questi ultimi giorni, il nostro obiettivo dovrebbe essere: prima i senatori», è la proposta di Frum, che in pratica ha chiesto al partito repubblicano di tagliare i fondi a McCain, dato ormai per sconfitto, e di concentrarsi sulla difesa dei seggi del Congresso a rischio. E alla pioggia di endorsement pro-Obama adesso si aggiungono anche le Nazioni Unite. In un sondaggio informale svolto dal Washington Post tra oltre due dozzine di impiegati del Palazzo di Vetro il senatore dell’Illinois stravince, grazie a nazioni quali Russia, Canada, Francia, Inghilterra, Germania, Olanda, Sierra Leone, Sud Africa e Indonesia. Tutte convinte che il democratico inaugurerà una nuova agenda di multilateralismo, dopo otto anni di politiche anti-Onu e a senso unico di Washington. «All’Onu è difficile trovare qualcuno che non tifa per Obama», spiega William H. Luers, direttore esecutivo della United Nations Association. Ma l’ex ambasciatore americano John Bolton, ultraconservatore nominato da Bush e inviso al Congresso Usa la pensa diversamente: «Il problema è che noi conservatori e repubblicani non idolatriamo all’altare dell’Onu e ciò li manda in bestia più di qualsiasi cosa. Vogliono un’America che gli si inchini - aggiunge - Ed è proprio ciò che otterranno con l’amministrazione Obama».