LIMONE PIEMONTE (CUNEO)
Lei quindici anni, lui tredici. Chiusi ciascuno nel proprio giubbotto di stoffa ruvida, in uno scompartimento del convoglio Cuneo-Ventimiglia, che parte dall’Italia, taglia 42 chilometri di territorio francese e arriva al mare. Silenziosi e spauriti.
«Afghanistan. Afghanistan», ripetono arresi e sollevati agli uomini della Polizia di Frontiera in borghese che li controllano. E quando l’ispettore chiede se sono soli, domanda dei genitori, insieme, lenti e muti e in lacrime, strisciano tutti e due la mano sulla gola.
Alle 9,30 di ieri una goccia di tragedia lontana ha rappresentato se stessa al controllo di Limone Piemonte. Fratello e sorella, lei incinta di sette mesi, seduti a guardar fuori, indifferenti a quegli uomini che si avvicinano. Poi vedono i tesserini, capiscono «polizia», ma capiscono anche che vogliono aiutarli. Poche parole, il trasferimento in ufficio, assistenti sociali, un interprete, memoria di sangue e brandelli di viaggio. Poi la quiete in una comunità in Liguria.
L’ispettore capo, che non vuole il nome sul giornale («nessuno in prima fila sotto i riflettori, noi siamo una squadra»), è diviso tra i passaggi della prassi e l’emozione di uomo: «Per noi è diventata, purtroppo, un’abitudine. Andiamo in borghese per non spaventare. Alcuni ragazzi - dal Maghreb, dalla Romania - fuggono al primo dubbio e così sfuggono all’aiuto». Invece questi due no. Rimangono seduti tra passeggeri sorpresi pure loro dalla rapidità di quel che avviene: «Siamo la polizia. Passport? Documenti?». Niente. Nessuna risposta. «Tranquilli. Vogliamo aiutarvi. Venite con noi».
In ufficio, a Limone, viene l’assistente sociale. Ma c’è un problema di lingua. Una pattuglia sta accompagnando da Cuneo un impiegato di origine afghana. Sarà lui l’interprete. Intanto si prova. Tentativi per sapere qualche cosa di più. «Mamma? Papà?». In italiano, in inglese. Parole che, forse, aprono una breccia, un contatto, uno spiraglio di comprensione. Le lacrime scendono con il ritmo delle gocce da una boccetta di ansiolitico. Alzano il braccio, distendono la mano destra e la fanno scorrere sulla gola. «Taleban», dicono. E «Taleban», stesso gesto, per il papà del bambino che dilata il ventre della ragazzina.
Gli agenti portano panini, Coca Cola, sorridono, tentano un dialogo che non c’è. Loro li fissano come per leggere sui volti e sulle divise che cosa succederà. Succede che arriva questo signore e incomincia a parlare adagio nella loro lingua. E il racconto diventa da simbolico concreto, seppur tutto da verificare, da inseguire nelle pieghe di un itinerario che dilata tempi, sofferenze, passaggi di mano in mano di chi si occupa dei viandanti della disperazione. Si dicono originari dell’area di Kabul. Stretti uno all’altra ripetono di aver perso i genitori per una lama nella gola così come lacerato è finito il fidanzatino-padre di lei. E tracciano un itinerario che perde sicurezza man mano che si va avanti: la Turchia prima, e di qui la Grecia. Nascondigli nei Tir. Un imbarco e il mare e dal mare l’Italia. Ancona? Brindisi? Non sanno rispondere, «forse», «no», «ma». Da lì fino al Piemonte, ancora non è chiaro come.
Intanto, la loro serata è in una comunità. Senza cinismo, con la malinconia dell’esperienza, dicono che il dialogo proseguirà «se non fuggono», come capita con tanti cui viene trovato un riparo. Ma la ragazzina ora ha bisogno di un’assistenza medica, di una sosta da quella fuga che, vista così, sembra disordinata e casuale, una storia ancora da inseguire nelle sue verità, nei suoi echi, nelle sue paure.