PECHINO - Contro la recessione globale scende in campo la Cina, con una manovra di rilancio della crescita che supera per le sue dimensioni quelle approvate dagli Stati Uniti e diversi paesi europei. E’ segno che il governo di Pechino è in allerta per la minaccia alla stabilità sociale e politica del paese: ieri il Consiglio di Stato ha annunciato una terapia d’urto senza precedenti. La Repubblica Popolare mette in campo 586 miliardi di dollari di risorse statali in un biennio, l’equivalente del 20% del Pil cinese. (Il paragone non va fatto coi 700 miliardi del piano Paulson destinati a ricapitalizzare le banche ma coi 200 miliardi di dollari di sostegno alla crescita varati quest’anno negli Usa).
Il clima di emergenza che regna tra i leader cinesi è sottolineato dall’annuncio fatto di domenica, dopo aver richiamato improvvisamente a Pechino per “impegni prioritari” il ministro delle Finanze, che stava partecipando al vertice G20 in Brasile. “Negli ultimi due mesi - si legge nel comunicato diffuso ieri a Pechino - la crisi finanziaria globale ha avuto un’accelerazione giorno dopo giorno. Di fronte a questa minaccia dobbiamo aumentare gli investimenti pubblici in modo energico e rapido”.
Il Consiglio di Stato, un organo dell’esecutivo, preannuncia una “politica fiscale aggressiva” fatta di maggiore spesa pubblica e sgravi d’imposte, insieme con una “politica monetaria espansiva” (nuovi tagli dei tassi, dopo che la banca centrale ha già ridotto per ben tre volte il costo del denaro da metà settembre). La terapia shock sarà mirata anzitutto a “migliorare le condizioni di vita della popolazione, perché possa aumentare i consumi”.
L’annuncio cinese rappresenta una svolta che era attesa nel resto del mondo. Il ruolo della Cina è fondamentale per trovare una via d’uscita dalla recessione globale. L’anno scorso, secondo il Fondo monetario internazionale, la Repubblica Popolare ha contribuito per il 27% alla crescita dell’economia mondiale. E’ una locomotiva di cui l’Occidente non può fare a meno. Ma fino a qualche mese fa l’atteggiamento dei leader cinesi era improntato alla cautela.
Per tutto il primo semestre del 2008 sugli schermi radar dei dirigenti comunisti il pericolo numero uno era l’inflazione: i forti rincari di tutte le materie prime (dal petrolio ai metalli, dalle derrate agricole al legname) avevano messo sotto pressione un’economia di trasformazione manifatturiera come quella cinese, oltre a creare tensioni sociali per l’aumento del costo della vita. Solo dopo l’estate Pechino ha cominciato ad aggiustare il tiro. E da un paio di mesi è sfumata definitivamente l’illusione del “decoupling”, l’idea cioè che le potenze emergenti potessero “sganciarsi” da questa recessione e restarne sostanzialmente immuni.
Il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao inoltre hanno seguito con inquietudine le dichiarazioni di Barack Obama in campagna elettorale: i toni protezionisti, e la richiesta alla Cina di rivalutare la sua moneta. Tra una settimana i leader di Pechino vogliono presentarsi al vertice G14 di Washington con le carte in regola, mostrando che stanno facendo la loro parte per rilanciare lo sviluppo economico nel mondo intero. Un aumento dei consumi delle famiglie cinesi è sempre stato considerato dai governi dell’Occidente come la via maestra perché la Cina eserciti un effetto benefico sulla crescita globale (una parte di quei consumi infatti si traduce in importazioni di prodotti europei, americani, giapponesi).
La maximanovra varata ieri risponde anche a impellenti necessità interne. Anche l’economia cinese sta perdendo colpi vistosamente. La decelerazione della crescita è impressionante. L’anno scorso il Pil aumentò dell’11,7% segnando un record storico. Nel primo semestre di quest’anno il tasso di crescita era già passato al 10%. Nel trimestre scorso (da luglio a settembre) la crescita si è attestata al 9%. Per il 2009 le stime più attendibili prevedono un “magro” +7,5%, il minimo da vent’anni. Una crescita superiore al 7% farebbe sognare ogni altro paese al mondo, ma per la Cina è motivo di allarme.
Ogni anno in media 15 milioni di contadini cinesi abbandonano le campagne per cercare lavoro in città. Ad essi vanno aggiunti i giovani che escono dalla scuola e appartengono ancora a generazioni numerose, una “gobba” demografica che ancora non sconta gli effetti della denatalità. In totale se la crescita cinese non riesce a creare almeno venti milioni di nuovi posti di lavoro all’anno, ci sono tutte le condizioni per un’esplosione di conflittualità sociale.
E’ quello che in effetti si sta già verificando in alcune zone del paese. Il Guangdong, la regione meridionale che ha la più alta densità di industrie, è da mesi l’epicentro di tensioni. Migliaia di fabbriche hanno chiuso per fallimento - soprattutto nel settore tessile-abbigliamento e nella produzione di giocattoli - e i licenziamenti di massa hanno scatenato proteste diffuse. Ancora pochi giorni fa la ricca metropoli industriale di Shenzhen è stata il teatro di scene di guerriglia urbana, migliaia di manifestanti hanno affrontato la polizia. Il detonatore di quest’ultima rivolta - almeno secondo le ricostruzioni dei mass media ufficiali - sembra essere stato un banale diverbio dopo un incidente stradale, ma la sensazione è che le difficoltà economiche stiano trasformando quell’area in una polveriera.
Ora con la maximanovra di politica economica il governo spera di aggiungere due punti alla crescita del Pil dell’anno prossimo. La terapia d’urto include nuovi investimenti pubblici nell’edilizia popolare, l’accelerazione della costruzione di ferrovie e aeroporti; investimenti nelle energie rinnovabili; spese sociali a favore delle fasce più indigenti; prestiti alle piccole e medie imprese; detassazione sugli acquisti di macchinari industriali. E’ una lunga lista di provvedimenti che hanno un denominatore comune: fare affluire il più rapidamente possibile nuovo potere d’acquisto alla popolazione, prima che sia troppo tardi. Il bilancio pubblico cinese è abbastanza solido da poter reggere un boom di nuove spese. Il dubbio semmai riguarda il peso della corruzione, che può limitare la parte degli aiuti che finirà veramente a beneficio della popolazione.
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