«Non c’è tempo da perdere, bisogna intervenire subito». Sorriso affabile e maniere decise, Barack H. Obama ha messo sotto pressione George W. Bush nell’ora di faccia a faccia nello Studio Ovale, avvenuto senza consiglieri ad ascoltare né assistenti a prendere appunti. Come preannunciato dal capo di gabinetto Rahm Emanuel, Obama è «entrato nei dettagli» della risposta da dare alla crisi economica, chiedendo immediata collaborazione a Bush su tre fronti: il varo da parte del Congresso di un nuovo pacchetto di misure fiscali; il sostegno all’industria dell’auto; un argine ai pignoramenti che incombono su milioni di famiglie. Il summit fra i consiglieri economici svoltosi a Chicago ha convinto Obama della necessità di agire subito contro la recessione. E l’ha detto con franchezza a Bush, perché tali provvedimenti potranno essere varati solo con la sua firma, in quanto la nuova Amministrazione entrerà in funzione dopo il 20 gennaio. «Barack sta muscolosamente tentando di sloggiare Bush dallo Studio Ovale prima ancora di diventare presidente», commenta David Frum, ex-consigliere di George W.
L’altro tema al centro del colloquio è stato l’Iraq. Bush ha aggiornato il successore sui negoziati con Baghdad sullo status delle basi Usa, entrando nei dettagli di quella che la portavoce Dana Perino definisce «la prima transizione in tempo di guerra degli ultimi 60 anni». Obama deve prendere in fretta le redini di un sistema di sicurezza impegnato a scongiurare un nuovo 11 settembre. Sono in molti, nella comunità di intelligence, a temere che Al Qaeda abbia pronto un attentato per dare un terribile benvenuto al nuovo presidente e Bush ha avvertito il successore. È la legge che impone al presidente di «condividere ciò che sa».
Saranno i prossimi giorni a svelare se Bush e Obama hanno raggiunto l’intesa sulle misure anti-crisi, ma il cerimoniale ha messo in luce un’estrema cordialità fra di loro. «L’incontro è stato rilassato, costruttivo e amichevole», ha detto Perino. «Hanno avuto un’ampia discussione sulla necessità di lavorare assieme», ha aggiunto Stephanie Cutter, portavoce di Obama.
George W. e la First Lady Laura hanno accolto Barack e la moglie Michelle all’entrata sul South Lawn, posando i per la tradizionale foto congiunta. Obama ha poi battuto una mano sulla spalla di Bush e i due si sono incamminati lungo il porticato che dà sul Giardino delle Rose prima di chiudersi alle spalle la porta dello Studio Ovale, dove Barack non era mai stato nelle sette precedenti visite fatte alla Casa Bianca, inclusa la prima che vide Bush stringergli la mano e poi pulirsela con una salviettina igienica.
Mentre i due presidenti colloquiavano nello Studio Ovale, Laura ha fatto da guida a Michelle al secondo piano della West Wing, mostrandole la zona privata: la Sala Gialla, la camera da letto di Lincoln, il balcone di Truman e le camere per i figli. «La First Lady ha voluto illustrare come è possibile allevare figli alla Casa Bianca», ha spiegato Perino, riferendosi al fatto che gli Obama hanno due bambine, di 10 e 7 anni. Proprio per scegliere la loro scuola Michelle era arrivata a Washington prima del marito e ne aveva visitate due: la Georgetown Day School e la Sidwell Friends School, dove andata Chelsea Clinton.
Nella limousine che ha portato Barack dall’aeroporto Reagan alla Casa Bianca c’era anche John Podesta, il co-presidente del team per la transizione che fu capo di gabinetto di Clinton. È stato lui a rivedere i punti che Barack avrebbe poco dopo affrontato con Bush. Inclusa la volontà, trapelata sui media, di iniziare a smantellare in fretta il super-carcere di Guantanamo, portando la maggioranza dei 250 detenuti in America per sottoporli a processi criminali.
Nelle quasi due ore di visita degli Obama centinaia di persone si sono avvicinare ai cancelli su Pennsylvania Avenue per vedere almeno un frammento dello storico evento: il primo afroamericano a mettere piede come presidente eletto nella Casa Bianca costruita, dal 1792 al 1800, con la manodopera degli schiavi.