Quando veniva il tempo di stringere la pace, gli indiani offrivano agli avversari una specie di lunga pipa, il calumet. Ieri pomeriggio, sul tavolo che fu di Quintino Sella al piano nobile di Via XX settembre, c’era invece una scatola di pelle marrone piena di Toscani. «Spero ti piacciano» esordisce Giulio Tremonti. Pierluigi Bersani non è al ministero dell’Economia per firmare trattati, ma il momento è in qualche modo solenne. Dopo anni di «bipolarismo muscolare» (copyright Bruno Tabacci) un esponente del governo in carica invita l’omologo del governo-ombra a discutere di come affrontare la crisi dell’economia: disoccupazione, welfare, banche, conti pubblici. «Credo sia la prima volta che ci incontriamo in modo così formale - dice Tremonti in una conferenza stampa improvvisata - fa piacere sapere che sarà il primo di una lunga serie».
In realtà, al termine delle due ore di faccia a faccia nella stanza del ministro, i due restano sulle rispettive sponde del tavolo: Bersani - lo aveva detto in mattinata all’assemblea dei deputati Pd - è convinto che il governo stia sottovalutando la gravità della crisi, e sostiene la necessità di una manovra d’urto da un punto di Pil, circa 16 miliardi di euro. Non è d’accordo con la decisione di utilizzare le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate per finanziare altre voci, né «con la disattivazione di alcuni meccanismi di fedeltà fiscale» quelli voluti dall’ex collega Vincenzo Visco. Ha chiesto di avere in Parlamento «dati analitici sulle entrate fiscali» e di valutare una diminuzione delle tasse sui ceti più bassi. Tremonti ha ribadito che lui non può recedere dalla linea del rigore, perché gli interessi sul debito sono un cappio al collo soprattutto per quei ceti che Bersani dice di voler difendere: «Facciamo quel che è possibile, non più del possibile», dirà in serata a Ballarò. E però, su alcune questioni di fondo della crisi i due si sono trovati d’accordo.
Tremonti è anzitutto disposto ad accogliere emendamenti dell’opposizione al decreto anti-crisi in discussione alla Camera: «Lo abbiamo già fatto durante la Finanziaria, siamo pronti a farlo di nuovo. Non abbiamo pregiudiziali negative né per la maggioranza né per l’opposizione». Un argomento che poche ore prima, in un vertice con Gianfranco Fini, Tremonti aveva usato per rassicurare sul ruolo della Camera nell’approvazione del decreto. Tremonti e Bersani si trovano d’accordo anche sulla questione occupazione: «E’ uno dei punti critici del 2009», dice il ministro. Per questo «è necessario rimpinguare il più possibile» il fondo per la cassa integrazione, ordinaria e straordinaria. Tremonti vuole reperire le risorse senza toccare i saldi, attingendoli dal Fondo sociale europeo, ovvero denaro che le Regioni usano per la formazione professionale e spesso lasciato nelle casse di Bruxelles per via delle lungaggini burocratiche: secondo Tremonti si tratta di almeno la metà di quelle voci. Bersani è perplesso - «in Emilia quei soldi vengono spesi benissimo e con grande soddisfazione di tutti» - ma è disposto comunque a discuterne: «L’esigenza di razionalizzare l’intervento c’è. Dobbiamo però fare un’operazione spendibile e non limitarci a spostare risorse da una voce di bilancio ad un’altra».
In tutto - secondo le stime del ministro-ombra dell’Economia - si tratta di quattro-cinque miliardi di euro. Tremonti e Sacconi vorrebbero utilizzare almeno un miliardo (oltre a quello già previsto dal decreto) per il rafforzamento del «sostegno passivo» del lavoro. Bersani è infine d’accordo anche su un nuovo impulso alle infrastrutture che arriverà con il via libera definitivo venerdì a circa 16 miliardi di euro di opere da parte del Cipe: «L’importante è che i cantieri partano in fretta». Insomma, se dialogo doveva essere dialogo è stato. Ieri sera si intravedeva qualche segnale: fra i possibili emendamenti al decreto anti-crisi, il governo starebbe valutando incentivi al commercio e l’estensione del bonus-famiglie al lavoro autonomo. Una delle questioni sollevate proprio dal Pd all’assemblea della mattina.