ROMA
L’incrocio magico delle parole di Silvio Berlusconi sul voto delegato ai capigruppo e l’inaugurazione del voto con impronte alla Camera dà il via a un vivace dibattito su modi, tempi e valore costituzionale dell’espressione della volontà del parlamentare. «Non si sa se ridere o piangere, quando Berlusconi dice queste cose». Dario Franceschini di prima mattina ribadisce le critiche alla proposta lanciata ieri dal presidente del Consiglio. «È un pezzo dell’idea che Berlusconi ha del Parlamento: un ingombro alla sua luminosa azione di governo. Parlamento, regole della democrazia e in qualche caso, purtroppo, anche il ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Lui semplificherebbe tutto. Il prossimo passaggio potrebbe essere, invece di 4 capigruppo che votano per 600 deputati, avere un tasto nel suo ufficio così che lo spinga lui e faccia lui per tutti…». Fin qui il dibattito politico.
Ma la mattinata si anima grazie alla coincidenza con la prima vera giornata di votazioni con le impronte alla Camera. La novità stenta a decollare a causa di piccoli inconvenienti tecnici e della lentezza di alcuni parlamentari nell’impratichirsi con le nuove procedure. Così si apre un botta e risposta. Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl, lamenta che «queste votazioni non hanno una loro organica e completa regolarità» visti i disguidi tecnici.
Fini: la Carta non prevede il voto per la delega
«Fin quando la Costituzione è quella vigente nessuno è delegato a votare per i parlamentari», ha ricordato Fini motivando l’innovazione del voto con le impronte digitali con la necessità di non far votare i pianisti. Fini ha spiegato che la decisione di introdurre il voto con impronte digitali «è stata una decisione assunta all’unanimità dall’ufficio di presidenza, e si è resa necessaria dal malcostume relativo alla consuetudine di votare per gli assenti da parte di alcuni parlamentari. Ma fin quando la costituzione è quella vigente nessuno è delegato a votare per i parlamentari. Quando e se domani la Costituzione sarà cambiata è del tutto evidente che il Presidente non dirà le cose che è doverosamente tenuto a dire in questa circostanza». «Non può dunque esserci nessun ritorno al passato, fermo restando che se si verificano problemi tecnici è dovere della presidenza garantire che per tutti sia reso possibile l’esercizio del voto, problema posto da Cicchitto. Si tratta non di deputati che hanno votato e non vedono la registrazione ma di deputati presenti che non riescono ad esprimere il loro voto. Ci sarà una fase di rodaggio e quindi un iniziale aumento dei tempi di lavoro».
L’altolà di An: proposta impraticabile
Ma oltre alla vicenda Rai ad infiammare il dibattito politico è soprattutto la proposta di nuovi regolarmenti parlamentari avanzata da Berlusconi. «Proposta non è praticabile», dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa in un’intervista al Corriere della Sera. «Direi, senza fare polemiche, che è un discorso da convegno non da dibattito parlamentare». «Pur non essendo un principio irragionevole - precisa La Russa - non appartiene alla cultura politica italiana e dunque non è materia su cui spendersi, soprattutto in questo momento», anche perchè «servirebbe una riforma costituzionale con il consenso dei due terzi del Parlamento». Più cauto Maurizio Gasparri, che trova il principio «divertente e interessante» ma anche lui pensa che «non ci sia spazio» in questo momento per una tale riforma, che richiede una «discussione complessa».
Di Pietro: «Silvio come Saddam»
Dal Pd piovono critiche al premier. La «sparata», come la definiscono in molti, è un modo «per distogliere ancora una volta l’attenzione dei media dalla crisi economica e nascondere il vuoto d’iniziative per arginare le difficoltà del Paese», hanno affermato Antonello Soro e Anna Finocchiaro. Parole di apprezzamento sono invece espresse al presidente della Camera Fini per il suo stop al capo della Pdl. «La proposta era già stata avanzata ed era caduta nel vuoto. Accadrà anche stavolta…», aveva detto ieri la terza carica dello Stato. Alcuni paragonano addirittura il governo Berlusconi a regimi autoritari o a dittatori, come fa l’Udc Luca Volontè che lo mette in parallelo a Chavez, o Antonio Di Pietro, che lo paragona a Saddam Hussein.